Articoli e Interviste

Contributo al progetto EDUKA2 della Società Filologica Friulana

Ci tenevo a mostrarvi questo foto-video, benché di per sé non abbia un senso proprio, in quanto si tratta di un collage di storie e argomenti che sarebbe impossibile approfondire uno ad uno in quest’unica sede, per evidenziare anzitutto un aspetto: le fotografie che avete visto sono state realizzate tutte in Friuli Venezia Giulia.

Giacché oggi si parla di fotografia, dobbiamo tenere a mente quello che anni addietro suggeriva l’antropologo Antonio Marazzi autore, fra gli altri, del volume intitolato “Antropologia della visione”: che è attraverso la percezione visiva che l’uomo principalmente entra in rapporto con il mondo esterno.

Proviamo dunque a mescolare alcuni di questi concetti per vedere cosa ne esce.

Per quanto riguarda il fotoreportage, oggi sappiamo che esso non dipende più dalle scelte e dagli investimenti degli editori ma dalla capacità delle agenzie fotografiche di fare da intermediari tra i potenziali finanziatori e un mercato di acquirenti e utenti indifferenziato, che si nutre bulimicamente tanto di immagini di stock, ovvero immagini di archivio rappresentanti all’occorrenza i più svariati cliché positivi, che non svolgono più la funzione di elementi di informazione ma di semplice illustrazione di un articolo, quanto di immagini shock, generalmente legate ai grandi fotoreportage, che confermano quanto la così detta pornografia del dolore e della violenza siano fra i maggiori fattori di attrazione emotiva e come tali commercializzati.

Shock e cliché sono pertanto due facce della stessa medaglia. Riprendendo il concetto di società, sempre in relazione alla fotografia, lo possiamo intuire chiaramente.

Siamo una società che attraverso il bombardamento di immagini brandisce la morte degli altri per bandire da sé l’idea del dolore. Come dire, la banalità del male in cambio della banalità del bene.

Ma la sovrastimolazione di immagini funziona paradossalmente da anestetico dell’emotività. L’esposizione ripetuta ad ogni sorta di atrocità e disastri causa quella che in psicologia è chiamata compassion fatigue, la stanchezza della compassione ossia l’incapacità di avere reazioni emotive dinanzi a una realtà che finisce per sembrare sempre più distante, quasi finta. Alla stessa stregua, io direi, l’abuso di immagini che ostentano la perfezione causano quella stanchezza della felicità che ci rende apatici nel prendere atto che la società in cui viviamo tanto perfetta non è, da cui la frustrazione dilagante nel copiare modelli che non esistono.

Rincorrendo la curva di un algoritmo alla spasmodica ricerca di un guadagno, se non economico quanto meno di popolarità e attenzione, agenzie e fotografi contribuiscono dunque largamente alla produzione di stereotipi che anziché generare sensibilità generano assoluzione e assuefazione, aprendo voragini culturali difficilmente colmabili negli spettatori che entrano in contatto con i prodotti finali.

Ricordiamo che da un punto di vista sociologico cultura è l’insieme sfaccettato di valori, credenze, norme, conoscenze, simboli, comportamenti e linguaggi condivisi da un gruppo. Essa è dunque un fattore essenziale della vita sociale, poiché è attraverso una grande quantità di comportamenti culturalmente rilevanti che gli esseri umani soddisfano le proprie necessità fondamentali, nonché un fattore intrinseco della definizione stessa di società, che significa gruppo di persone che vivono insieme in un territorio condividendo una cultura.

Le persone vivono talmente immerse nella propria cultura da finire molto spesso per darla per scontata, cosicché per loro diventa sempre più difficile coglierne le idee che ne costituiscono il fondamento e il loro impatto sulla realtà. A maggior ragione oggi, come dicevamo, che la vita sociale e culturale sono oggetto di una mercificazione feroce e sono profondamente e spesso inconsapevolmente influenzate da una multiculturalità che rende ancora più complessa la comprensione della propria posizione nell’ambito delle interazioni, fisiche e virtuali.

Ritornando alla fotografia, ancora l’antropologo Marazzi scrive: «quanto più remote sono le origini del soggetto fotografato, quanto minori sono le conoscenze e la familiarità nei confronti di quel gruppo, tanto maggiori sono le probabilità che l’immagine funzioni da supporto a stereotipi e pregiudizi».

Il segreto per smascherare quegli stereotipi e quei pregiudizi, sostengono i sociologi, osservando ciò che le persone danno per scontato e considerano banale, è proprio quello di conoscere i presupposti impliciti di ogni cultura.

Da qui l’importanza del ruolo dei fotografi e del significato che avrebbe l’indipendenza dei loro percorsi tesi a nient’altro che alla ricerca della conoscenza. Come dire: se non sei preparato, se non conosci a fondo e non capisci ciò che stai vedendo, non puoi né trasmetterlo né fotografarlo.

Forse la fotografia non sarà mai davvero determinante nella risoluzione di qualsivoglia ingiustizia. Ma se per il Pellis costituiva un importante supporto all’alfabetizzazione linguistica, personalmente ho sempre ambito a realizzare un atlante di immagini contro l’analfabetismo emotivo e funzionale.

Forzando un parallelismo simmeliano, sarebbe già un grande risultato se la fotografia tornasse semplicemente a occuparsi di ricercare ciò che nella realtà è veramente realtà.

Paolo Youssef

Nota: la riproduzione del foto-video, contenente materiale di archivio estrapolato da questo blog, era disponibile solamente durante lo svolgimento del webinar.