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Caosmosi, storie minime di nuomini novunque

Hanna Arendt scriveva che il suddito ideale del regno totalitario non è il nazista convinto né il comunista convinto, ma l’uomo per cui la distinzione tra fatti e finzione e la distinzione tra vero e falso non esistono più.

Ebbene, ora che quella profezia si è compiuta, il Regime delle false Verità, delle fake news, com’era stato ampiamente preconizzato, ha dato vita a una società astratta, a un surrogato dell’esistenza giocato sulla falsa distanza tra virtuale e reale, sull’analfabetismo emotivo e funzionale, abilmente prodotti nella fabbrica del potere omologante, che in nome del profitto esige i propri sudditi e i propri morti.

Come siamo passati da Alfredino ad Aylan, dal grande audience del pozzo che inaugurò la stagione della TV del dolore, a una bocca che inghiotte indistintamente sabbia e indifferenza per il tempo di un post? Come siamo passati da Giulio a Vakhtang? Com’é, quand’è, che siamo rimasti intrappolati fra la “banalità del male” e la morte banale?

Non è un momento facile per parlare di Fotografia, poiché una parte di essa è arditamente schierata in difesa della verità, sul fronte disumano della seconda Guerra Fredda, quella per il controllo della disinformazione, obiettivo chiave del potere malato di economia e dell’economia malata di potere, che influenzano negativamente le trasformazioni antropologiche in atto e che condizioneranno inevitabilmente gli esiti delle grandi sfide interconnesse della globalizzazione, della digitalizzazione, dei cambiamenti climatici e delle migrazioni, che oggi appaiono come problemi inestricabili, ma ai quali l’umanità non può sottrarsi e da cui dipenderà il suo futuro.

Ciò che è mancato sino ad oggi alla loro comprensione, contesa fra l’opportunismo della propaganda e l’inadeguatezza della retorica, sono state senza dubbio trasparenza e chiarezza, al prezzo di paure e insicurezze deflagrate in una pericolosa frantumazione sociale, di cui siamo allo stesso tempo attori e testimoni, e a discapito di ogni possibile soluzione.

Amo considerare la Fotografia, che è pur sempre un atto minimo, intermedio fra il dubbio e la scoperta, la condivisione e il confronto, un “antidoto alla distrazione di massa”, un richiamo visuale alla realtà, di cui talvolta, per convenienza o ingenuità, crediamo di non essere pienamente parte.

In questo senso, in un piccolo spazio disintermediato dal marketing dell’emergenza e della disinformazione, Caosmosi si pone come luogo di aggregazione, separato dagli stereotipi del nemico invasore o dell’amico vulnerabile; un luogo in cui non v’è falsa equidistanza, bensì la volontà di giungere a una soluzione.

Caosmosi si pone come una mappa del reale che non sostituisce né la conoscenza né, tantomeno, le responsabilità di ognuno. Ma suggerisce e invoca l’idea di una terza via possibile e necessaria per sfuggire al labirinto del nichilismo letale, costellato di percorsi senza senso, e imboccare finalmente la via del progresso.

In tema di migrazioni, ciò che oggi maggiormente si oppone alla chiarezza necessaria alle persone per assumersi il compito doveroso di costruire una pace sociale consapevole, una pace in grado di convivere e sopravvivere ai cambiamenti inevitabili del nostro tempo, è un muro.

Uno dei tanti muri fisici che hanno caratterizzato l’architettura ideologica violentemente risorta e distorta, anche in questa parte del mondo, nell’ultimo decennio.

I muri, da qualunque lato si sia costretti a guardarli o subirli, pregiudicano la conoscenza e il superamento di confini che sono da sempre il trampolino di lancio della nostra evoluzione. I muri nascondono, sovrastando la certezza che nulla possa prevaricare i diritti fondamentali alla libertà, alla dignità e alla vita. I muri sono dunque la fine di un vicolo cieco, che una volta imboccato rischia di essere pericolosamente senza ritorno.

Per scongiurare tale rischio, che è divenuta un’esigenza civile indifferibile, e per continuità con tutto ciò che è stato detto e fatto sin qui, mi rivolgo pubblicamente a lei signor Prefetto, per chiederle, in questa sede, di rendere visibile la realtà del CPR di Gradisca, consentendo anche a me di documentarla, a beneficio di ogni singolo cittadino e non solo di chi da molto tempo rivendica tale diritto, perché sia uno sprone ulteriore, per tutti, a trovare una via d’uscita da una situazione oggettivamente ingiustificata e obiettivamente insostenibile.

Nel farle questa richiesta, non mi è dato di intravvedere le ragioni di un suo eventuale rifiuto, ma pur di raggiungere lo scopo che mi sono prefisso sono pronto a chiedere un sostegno pubblico e a mettermi a sua disposizione per qualsiasi confronto dovesse essere necessario.

Paolo Youssef

da Agus Morales:

“C’è un mondo che si è ormai sgretolato. Quello del nuovo ordine mondiale, quello della globalizzazione, quello del multiculturalismo. Siamo invasi dalla stessa nostalgia di colui che vede crollare la casa della propria infanzia. Forse quell’estasi contemplativa ci ha distratto dal nuovo mondo che sta già nascendo: un mondo in cui sono avvantaggiati coloro che non si sono mai intrattenuti con la poesia”.