DocumentariReportage

Bucarest: il trent(1)esimo natale

Nascosto nel ventre gelido di Piaţa Universităţi, situata nel centro di Bucarest, rannicchiato ai piedi di un memoriale provvisorio dedicato ai giorni della Rivoluzione giace sarcastico, e all’apparenza paradossale, un podio di carne sudicia e cartone, il monumento perfetto e involontario dell’ideale mancato, o quantomeno sospeso, incompiuto: “Așa ne-am cucerit libertatea ! (è così che abbiamo conquistato la nostra libertà!)”.

È così che c’è scritto. Ma è davvero così che abbiamo conquistato la nostra libertà?

Si ipotizza che il nome Bucarest significhi “città della gioia”. Mentre si può asserire con certezza che quella gioia, che somiglia più a una febbre, sia ancor oggi un privilegio esclusivo, per pochi.

«Tu vuoi(!) vedere le baracche» quasi mi rinfaccia un indigeno, alludendo alla macroscopica ragnatela di piaghe economiche e sociali che squarciano l’intera città e al contempo, indirettamente, ad una forma opportunistica e per nulla rara di cecità selettiva, che ha ben attecchito in taluni contesti locali come cinica (e ingenua) strategia di sopravvivenza.

“Bucarest, città dei mille contrasti!” si legge nella guida turistica a proposito del suo potere urbano di fascinazione. Ma anche Bucarest specchio delle enormi contraddizioni, pubbliche e private, di un’intera nazione e dei suoi simil IT.

Ode di speranza e amore: a Bucarest