Short stories

Il Punk non è morto, ma fa l’orto

Parafrasando (liberamente e indegnamente, a volte solo riportando) un pensiero di Pasolini, che a sua volta parafrasava sinteticamente una nozione-guida di Marcuse, osservavo sgomento il presente attraverso questa lente: il sistema ha assorbito gli strumenti della protesta trasformandoli in un feticcio e svuotando così la protesta dei suoi contenuti, rendendoci al tempo stesso furenti e impotenti, esasperando la paura di essere mangiati sino all’estremo desiderio autodistruttivo di essere mangiati, come forma di psicosi collettiva. La protesta, intesa come logico dissenso o contestazione razionale, tipica delle società avanzate, è scaduta senza salti, gradatamente – com’è nella natura di un’umanità che vive con ingenua e irresponsabile naturalezza nel sistema, passando da un finto contrario ad un altro finto contrario – in forme di contestazione puramente negative, fatte di odio ossessivo, cieco, intimidatorio, che non potevano non far nascere degli estremismi, che, arrivando alla coincidenza diabolica di irrazionalismo e pragmatismo, finissero col divenire nuove forme di fascismo, magari anche fascismo di sinistra. Cieco (come di chi non vuol vedere) di fronte a questa semplice realtà: la realtà è infinitamente più estesa del sistema che si combatte (nella specie, il sistema capitalistico), ma il sistema è infinitamente più esteso di noi; e quindi, come il sistema non coprirà mai tutta la vita, noi non potremo mai giungere ai confini del sistema e scavalcarlo. Tutto quello che possiamo fare è modificare il sistema, appunto, rivoluzionandolo, in modo che il rapporto con la realtà, il suo scoprirla e conoscerla, sia, almeno nelle nostre speranze, più puro e autentico. Cos’è la realtà? Una cosa che esiste nei puri. E tutto il resto cos’é? Ingiustizia!

Dei Punk e del Punk so poco per non dire nulla. Ho provato a farmelo spiegare. In linea di massima, a proposito di ciò che il sistema ha trasformato in un feticcio, i punk dei miei ricordi mi sembravano iconografici di quella parabola quarantennale del (mancato) dissenso che ero intenzionato a evocare, per lanciare almeno un piccolo sasso nello stagno della caotica discussione in atto sul tema delle proteste. Un argomento quello della protesta intesa come logico dissenso, lo si diceva all’inizio, della dialettica, del pensiero alternativo, della critica costruttiva, come requisito imprescindibile del vivere pro-sociale, che nel tempo che separa il No-Future dei Sex Pistols dal FridaysforFuture di Greta Thunberg sembrava fuoriuscito dal mondo. D’altronde, ai due estremi della curva che abbraccia come un grande boa costrittore quel lasso di tempo, ci stanno il big-bang della società dei consumi e delle comunicazioni e, al fondo, la democrazia più o meno globale, se non altro la più estesa che, nelle sue tante declinazioni, la storia abbia mai avuto sulla carta. E ai medesimi estremi ci stanno fra gli altri, a fare da contrappunto, i punk, come rigurgito sociale più o meno convinto verso la riscoperta frivolezza degli anni ’80, verso la nascita dell’individualismo onnipotente, verso la cieca competizione per il profitto; e le sardine, come più o meno tardiva risposta immunitaria alle rinnovate malattie della politica, come espressione dell’esplosione di sfiducia nei confronti dell’autorità e, parallelamente, dell’adesione a forme non convenzionali di azione politica e civile contro i riesumati sovranismo e populismo, intolleranza e razzismo, negazionismo e fascismo, violenza e ignoranza.

Ma di tutto ciò che sta in mezzo fra questi punti resta soltanto un sogno, che i più nemmeno ricordano: ricordano a malapena di essersi addormentati nel Paese dei balocchi e di essersi risvegliati, improvvisamente, nel Paese delle ultime cose (quello di Paul Auster). Come dire: mi hanno messo qualcosa nel bicchiere in discoteca, perché avevo una gran voglia di bere. E adesso mi becco tutto il rinculo della modernità capitalistica, della globalizzazione, della dittatura tecno-finanziaria che sa(peva) blandire senza imporre. Allora è questa l’ingiustizia, questo ridestarsi col gettone in mano fissando il luna park che è andato via, è andato altrove?

Questo disorientamento fa sorridere e rabbrividire, al solo pensiero delle conseguenze che potrebbe scatenare o che non sarebbe in grado di impedire e che, invero, già da tempo si materializzano, accompagnate da una moltitudine di contraddizioni e da un alone di opprimente ineluttabilità, in senso direttamente proporzionale alla smaterializzazione abnorme dei concetti di esistenza e uguaglianza (quella che in fondo, ma non troppo, non è mai esistita). A quanto pare – basta guardarsi un po’ in giro, buttare un occhio all’economia, o alla politica, o al clima, e così via – resta solo un giro di giostra obbligato da fare e il “siamo tutti sulla stessa barca e dentro allo stesso mare” sembra non essere mai stato così attuale. Si tratta, in pratica, di navigare al di sopra degli abissi da cui riemergono i mostri della barbarie e delle neoschiavitù – quelli che l’Occidente crudele s’illudeva di aver spedito definitivamente in altri luoghi reconditi del pianeta – evitando derive opportunistiche e al contempo suicidarie che avvantaggino le Scilla e Cariddi di noi altri ovvero, rispettivamente, la nuova aristocrazia globale e i nuovi populismi, per superare lo stretto di inclusione escludente e giungere infine al connubio necessario tra eguaglianza, ecologia e libertà.

A complicare un poco il viaggio ideale ci sono i vecchi punti di riferimento, quelli a cui ci affida per legittimare o delegittimare i tanti credo e che, per buona parte, non esistono più. Senza scomodare le perdute identità, penso ai simboli che rimandavano a qualcosa d’altro, abusati e spolpati, divenuti icone che rimandano a niente, se non all’immagine della propria prigionia nel display di uno smartphone, l’oggetto attraverso il quale , però, si sono organizzati i grandi movimenti di protesta del pianeta; penso ai comizi nelle piazze come evento foriero di messaggi, annegati in certa dietrologia e in certa retorica, che infine le piazze le han svuotate e ai flash mob, dove invece il messaggio è l’evento in sé e che le piazze le han ri-riempite. Penso alle case occupate e ai mutui per le case degli occupati. Penso alla vita analogica e a quella digitale, alla vita offline e a quella onlife, al fatto che i nativi digitali sembrano aver trovato trovato il buco nella Rete, quella che in precedenza ci aveva fregato e da cui il loro banco pare non aver timore d’esser circuito. Penso all’obbedienza che a un dato momento non era più una virtù e figuriamoci se potevano esserlo la sottomissione volontaria e la prostituzione mentale.

Penso. E il pensiero gira intorno, come una musica. A proposito di London Calling, cioè quando era a Londra a chiamare il mondo al massimo della frequenza e ora che Londra “ha messo giù”, complice il “pensiero nervoso” di un amico e quell’affermazione “il punk non è morto, ma fa l’orto” di un altro amico ancora, mi ritorna prepotentemente alla mente un antico adagio punk pordenonese, che credo dicesse più o meno così: Pordenone può essere Londra, mentre Londra non può essere Pordenone. In conclusione: chi salverà il mondo?