Pubblicazioni

10 Tavole, diario eretico di una guerra invisibile contro le centrali dell’omologazione

Recensione e presentazione dell’opera,

a cura di Michele Guerra:


In primis vorrei sgombrare il campo da alcune ambiguità. “10 Tavole” non è un progetto agiografico o apologetico sulla figura di Pre Toni Beline. Anzi, a mio avviso si colloca decisamente in una dimensione che definirei post-religiosa: ovvero quella di un mondo nel quale le narrazioni spirituali, siano esse piccole o grandi, entrano immediatamente in conflitto con l’impossibilità, propria dell’uomo contemporaneo, di tradurre e costruire la speranza, fondamento di ogni credo.

Siamo in un certo senso gli eredi inconsapevoli di quanto scrisse il grande filosofo esistenzialista Karl Jaspers: “Viviamo in un’epoca in cui ogni spiritualità si converte in profitto”. Laddove il termine “profitto” non ha solo un’accezione economica, ma può (e forse deve) essere inteso come convenienza intellettuale, mero adattamento al quotidiano e sterile conformismo della ritualità. Eppure questa crisi del sentimento religioso era stata già lucidamente affrontata da Pre Toni, quando nel suo scritto Lis Peraulis Tasudis avvertiva: “Non si può passare dagli ingranaggi della fabbrica o degli uffici o dalle regole ciniche ed impietose del profitto alla lettura dei libri santi fondati sul perdono e la remissione e la contemplazione del servitore di Jahvè che salva il mondo con i suoi patimenti e con la sua sconfitta. Perché viviamo in un mondo ed in un sistema che non accettano sconfitte”. Dovremmo allora partire proprio da questa sconfitta per comprendere come vi si possano trovare le prime, esili radici di una salvezza autentica, di una spiritualità emancipata dal profitto. Le radici di una redenzione che non trova (ancora) la sua comunità di riferimento, il suo “gregge” pastorale, perché impegnata ad interrogarsi sul significato della salvezza. Nel suo discorso di insediamento a Basagliapenta, il 27 giugno 1982, Pre Toni infatti disse: “No soi vignut nancje a salvaus, ch’andai vonde di ce salvami me”.

“10 Tavole” è fin dal titolo un lavoro ironicamente biblico. Sembra infatti voglia alludere alle tavole per antonomasia, quelle della legge mosaica e del decalogo, che vennero infrante davanti al Vitello d’Oro durante il cammino verso la terra promessa. Invece “10 Tavole” ci parla di altro, ci parla del deserto, di quel deserto: quello che il popolo che si credeva eletto incontrò una volta che si credette libero dalle grinfie del Faraone. Se osserviamo, infatti, la provincia friulana che emerge da queste fotografie, noteremo anzitutto che ad avere voce sono i silenzi, gli spazi vuoti, le ombre che attraversano e tagliano i volti umani cosi come le forme delle cose, quasi fossero degli insistenti punti interrogativi. Ci parlano le architetture abbandonate, gli scorci spenti, gli edifici divenuti testimoni muti; ed infine ci parlano i corpi, che giungono quasi a sostituire le persone stesse e le loro celebrazioni decadute. Ed esattamente come avviene nel Libro dell’Esodo, ogni momento di questo itinerario iconografico rimane eternamente sospeso tra l’attesa quasi messianica di un segno ed il prolungarsi dell’esilio. Abbiamo di fronte quelli che con un ossimoro definirei degli “scatti lenti”, delle immagini il cui ritmo e quello del passo delle tribù nomadi. Sono immagini che riguardano il Friuli in una doppia accezione: cioè che appartengono completamente a questo territorio, ma vi gettano anche uno sguardo diverso, uno sguardo nuovo, “altro”. E per comprendere meglio quali siano le caratteristiche di questo sguardo, ho voluto considerare “10 Tavole” come la tappa conclusiva di un cammino ideale, sospeso tra storia, lingua e cultura, all’interno del Friuli a noi più prossimo. Un cammino che attraversa quella linea simbolica e geografica che è la strada statale Pontebbana – soggetto di un altro notevole progetto di Paolo, che potete trovare in forma filmica-documentaristica su YouTube. Un percorso che unisce metaforicamente la Casarsa di Pier Paolo Pasolini (che proprio Pre Toni definì magistralmente come “om contraditori e segnal di contradizion”) alla Codroipo di Amedeo Giacomini, forse il piu famoso poeta in lingua friulana e molto vicino ai temi forti della predicazione di Pre Toni, per giungere infine alla Basagliapenta – non di Pre Toni, ma dei posteri e dei postumi di quella predicazione.

(continua sotto)

Il nostro percorso inizia dalla celeberrima terzina pasoliniana:

Fontana di aga dal me pais

A no e aga pi frescia che tal me pais

Fontana di rustic amour

Siamo nel Friuli pasoliniano per antonomasia: favoloso, affabulatorio, bucolico e manieristico, lo troviamo delineato già nell’incipit della prima raccolta Poesie a Casarsa del 1942. L’eresia, quindi la scelta pasoliniana, e di doppia opposizione: linguistica, contro l’egemonia dell’idioma nazionale imposta dal fascismo – che sappiamo aveva proibito l’uso pubblico delle lingue locali, dei dialetti e delle lingue slave – ma è anche un’eresia storica, antropologica, quindi di opposizione alla distruzione bellica cui era sottoposta la Casarsa materna durante la seconda guerra mondiale. Pasolini quindi mette per iscritto per la prima volta ciò che a suo dire “era stato soltanto un suono per secoli” e lo fa per mettere in salvo, per tutelare, proteggere e far sopravvivere poeticamente un territorio che nella realtà stava rischiando la sua completa cancellazione. Questo topos retorico idilliaco si conserverà nei decenni, resistendo fino a quella che sarà la successiva “apocalisse” che colpirà il Friuli: il terremoto del 1976.

Amedeo Giacomini, che era già noto a livello nazionale come autore di versi e romanzi in lingua italiana, ma sceglie – come da lui costantemente ribadito – di iniziare a scrivere poesie nel suo idioma friulano (quello di Varmo) proprio alla luce della tragedia del 6 maggio. “Nei primi versi” dichiara Giacomini “mi opponevo all’idea edenica dell’uomo friulano, considerato allora da tutti i potenti, ma soprattutto dai poeti locali, come l’essere migliore che esistesse al mondo, portato a siffatta eccellenza da una natura privilegiata in sé, da valori da sempre radicati e insopprimibili, mal riconosciuti peraltro e senza esito… Era il friulano, cioè il modello dell’uomo forte, religioso, sincero e casto (forte soprattutto della sua capacità di lavoro, divenuto quasi un simbolo araldico in tempo di ricostruzione)… Mia intenzione politica e morale era semplicemente dimostrare la non verità di tutto questo”. E Giacomini dimostra questa non verità, nello stesso modo in cui lo fece Pasolini, ovvero nella lirica che inaugura la sua prima raccolta di versi in friulano, pubblicata nel 1976 e intitolata Tiare pesante

Sbegas sul mur chistu si faseve di frus: un soreli cui pei,

doi serclis, un baston… Al ere peciat in che volte,

ma lu e ance cumo ch’i vin imparat

ch’a si è libars par sielte, no par veretat.

Eccola qui, di nuovo, la scelta, l’eresia, ma diametralmente opposta rispetto a quella pasoliniana: infatti non sono più la verità, la tradizione, il mondo rurale (simboleggiati dall’acqua più fresca della fontana del paese) a farci da grembo materno, da rustico amore. Perché il terremoto ha spezzato e spazzato via tutto questo, ha rotto il cordone ombelicale e ci ha abbandonati a qualcosa che non ha più la grandezza onirica del Friuli arcaico, ma nemmeno la sua retorica illusorietà.

(continua sotto)

Alla fine di questo percorso, possiamo finalmente comprendere tutta l’importanza delle fotografie che vedrete. Lo comprendiamo alla luce di quella che e stata l’ultima “apocalisse” in ordine di tempo che ha sconvolto il nostro territorio: dopo la guerra e il terremoto, l’industrializzazione omologante, il consumismo onnivoro; l’utopia dell’opulenza, della speculazione sul territorio: di quella spirale imprenditoriale ed economica che è divenuta alienazione autodistruttiva, e che ha condotto all’inquinamento progressivo dei nostri corsi d’acqua (al momento il Friuli è maglia nera d’Italia per presenza di pesticidi). Dalla scomparsa delle lucciole di pasoliniana memoria, siamo passati alla scomparsa delle api, a causa dei prodotti chimici impiegati in un’agricoltura di rapina, condotta in nome del mercato più cieco. Un’apocalisse fondata sul mito della crescita infinita declinata nel locale: un mito però iniziato con l’imperativo forte della ricostruzione, come ci ricordava Amedeo Giacomini: “prima le fabbriche, poi le case”. E che negli anni e poi divenuto un mantra ipertrofico, mutato mostruosamente sino a somigliare al dio greco Crono, quello che divorava i suoi stessi figli – i morti così come gli infortuni sul lavoro lo confermano. Questa terza “apocalisse” si riverbera fortissima soprattutto nei microcosmi di provincia, quelli che Pasolini voleva salvaguardare e che invece divengono dedali di vie rassegnate all’inerzia, vedono chiudere le loro ultime attività commerciali e sentono consumarsi l’eternità liturgica del marmo e del legno – in favore di sculture di sabbia e terra, come quelle realizzate da un cittadino di Basagliapenta e che simboleggiano la totale estemporaneità, quella che cerca le radici della salvezza senza trovarle. La provincia, che si credeva barriera e forse anche trincea di valori autentici perché autoctoni, si scopre nuda e fragile, distante dal discorso della montagna evangelico e sempre più attratta dal Vitello d’Oro – che fu forgiato nel deserto e nel deserto ci sospinge sempre.

Paolo Youssef quindi compie la sua scelta e ci mostra la sua “eresia”, suggerendoci che è proprio il crederci eletti per mera appartenenza territoriale o linguistica, a renderci miseramente perduti e senza appello. Ed è proprio il ritenere la salvezza come un retaggio del passato o un dovere da adempiere ciecamente, a renderla sterile. “Il merit dal furlan” scriveva Pre Toni, a proposito del Friuli come crosere di civiltats “al è stat chel di cjapa su, par amor e par fuarce, di un e di chel atri e di elabora un prodot gnuf”. Non dobbiamo quindi avere mai paura di raccogliere “per amore e per forza” anche i frammenti più taglienti, grezzi e spinosi di questo Vangelo infranto, che nella feroce coscienza di una caduta immanente sia capace di restituirci almeno la grammatica di una nuova dignità.

(fine)