A long-term work in progress (conceptual)Articoli e IntervisteMostre e IncontriPubblicazioni

I diritti umani scritti dagli umani

E’ stato presentato al Rainbow Village di Udine il secondo articolo de “I Diritti Umani scritti dagli Umani”, la cui sinossi visiva qui riportata è stata realizzata con il contributo artistico della pittrice Marta Lorenzon. Per comprendere la genesi e il contenuto di quest’opera vi invito a leggere il testo integrale dell’intervista da me rilasciata a Pamela Zanier per la sua tesi di laurea in Relazioni Pubbliche, conseguita presso l’Università degli Studi di Udine il 19/11/2018, dal titolo “Bullismo e Cyberbullismo: effetti dell’uso dei nuovi media, dei meccanismi di influenza sociale e prevenzione”.


Note:

About Reading http://www.paoloyoussefphotography.com/?p=1483 è stato il punto di partenza di questo work in progress dal titolo “I Diritti Umani scritti dagli Umani”

Da cui è scaturito il primo articolo de “I Diritti Umani scritti dagli Umani” http://www.paoloyoussefphotography.com/?p=1579

Poi ospitato presso la sede del Consiglio Regionale del Friuli Venezia Giulia in occasione dell’esposizione di arte e cultura “S.O.S. Superare Ostacoli Sensibilizzando, oltre il bullismo con l’arte del fare”  http://www.paoloyoussefphotography.com/?p=2118


 

– Mi parli della sua esperienza alla mostra “SOS – superare ostacoli sensibilizzando”

– Mi racconti che impressioni le hanno suscitato i comportamenti dei ragazzi che hanno lavorato al suo progetto.

Non ho partecipato direttamente alla mostra. Mi è stato chiesto dagli organizzatori di dare un contributo fotografico all’iniziativa contro il bullismo voluta dall’associazione 6idea in sinergia con le attività già svolte in quell’ambito dal consiglio regionale e dal garante per i diritti della persona. E così ho fatto.

La richiesta parlava di un’opera in un certo senso dinamica, capace cioè di catalizzare non solo l’attenzione del pubblico (parliamo soprattutto di scolaresche) ma anche lo scambio e la formazione di nuove idee.

Così la mia scelta ricadde su un’opera di natura piuttosto concettuale che avevo creato un paio d’anni prima, decisamente inedita nel campo della mia produzione ma che ritenni – e ritengo – ugualmente utile ai fini delle mie ricerche di stampo antropologico e sociale, e poi capirà il perché.

Quest’opera a tutt’oggi rappresenta nelle mie intenzioni un punto di spinta inerziale di un’ipotetica istanza popolare che mi piacerebbe maturasse sotto il segno del buon senso comune e del comune senso di responsabilità, depurata dall’idea di un qualunque confine ideologico, utilitaristico, razziale, basata invece sui principi di libertà e autodeterminazione di un variopinto popolo globale che sceglie, a un certo punto, di smettere di perpetuare la propria esistenza fra ingiustizie e disuguaglianze.

L’idea dell’opera nacque sull’onda emotiva di un festival del libro, perché all’epoca si discuteva parecchio della distanza di certe case editrici e di certi autori dalla realtà, di una loro copiosa e colpevole fuga da un Presente complicato. Non è poca cosa se si pensa a quanto la letteratura, come anche l’arte, abbia grandemente contribuito nel corso dei secoli alla formazione del sentire comune e, quindi, all’evoluzione sociale.

Ci sentivamo da soli nel bel mezzo di una nuova Rivoluzione, la Quarta, e ancora una volta, con sguardo pasoliniano, vedevamo: che cosa?

che il Centro aveva assimilato a sé l’intero Paese e imposto i suoi modelli, stravolgendo ancora il sistema delle informazioni attraverso un’opera di omologazione distruttrice di ogni autenticità e concretezza e impedendo all’uomo di svilupparsi a causa di una specie di rattrappimento delle sue facoltà intellettuali e morali (sono sicuro che se non le dicessi che quest’ultimo passo che ho letto è stato scritto da Pasolini nel 1973 lei avrebbe ragione di pensare che sia stato scritto oggi).

Questa volta, però, lo strumento usato dal potere per guidare la propria rivoluzione non era più la televisione di Pasolini ma la Rete, che aveva palesemente abiurato allo scopo di unire per il quale era nata per, invece, intrappolare la civiltà che consuma, riciclandola nell’ennesima civiltà che si consuma, che diventa prodotto essa stessa, e per dividere. E’ ciò che constatiamo ogni giorno che ci imbattiamo in un nuovo muro fisico o ideologico che sino a ieri non c’era o che in qualche modo è risorto dalle sue ceneri. Non è un caso che oggi si parli del male della solitudine come una delle piaghe del secolo o che si sia cominciato a discutere seriamente di diritto alla disconnessione.

Decisi di affidare il termometro di questa consapevolezza ai così detti “nativi digitali” e in occasione del nostro primo incontro, che feci con una classe di un liceo pordenonese, durante una lezione gli lanciai esattamente questa provocazione che ora leggerò, liberamente tratta da un saggio dello scrittore Jon Savage:

I Giovani non sono sempre esistiti. Sono stati inventati.

Poche settimane prima dello scoppio della bomba su Hiroshima e Nagasaki, il New York Times annuncia trionfante la nascita dei teenager. Questo nuovo prodotto era stato sviluppato per cinquant’anni, il periodo in cui l’America diventava una potenza globale, e usciva dalla catena di montaggio nel momento preciso in cui gli Alleati vincevano la guerra. Il 1945 fu l’Anno Zero, l’inizio di una nuova era annunciata dalla rivelazione delle gesta disumane dei nazisti e dallo scatenamento della definitiva arma del terrore. Questo scenario apocalittico alimentò un nuovo genere di coscienza globale. La nuova psiche privilegiava il momento ed era orientata al materialismo. Il vecchio mondo era morto e l’unico gruppo che pareva potesse prosperare nell’incerto dopoguerra erano i giovani, da sempre incaricati di incarnare un futuro felice. Nell’oblio necessario perché il mondo occidentale potesse continuare, i giovani erano di nuovo esaltati come una tabula rasa, come dopo la Grande Guerra. Questo nuovo tipo, salito alla ribalta con astute politiche di marketing, era veramente all’altezza dei tempi: viveva nell’istante, cercava il piacere, era affamato di prodotti, incarnava la nuova società globale in cui l’inserimento sarebbe stato garantito dal potere d’acquisto. Le tante interpretazioni possibili della giovinezza si erano ridotte a una: il consumatore adolescente. Il teenager rispondeva alla domanda posta dalla guerra: in che razza di società di massa vivremo?”.

Ecco.

L’accordo era che sarei ritornato in classe qualche giorno dopo con la macchina fotografica e un pennarello. Nel frattempo, loro avrebbero dovuto discutere, confrontarsi, dialogare sul tema e infine, tradurre in poche lettere il loro pensiero comune.

Non volevo essere informato di niente. Sapevano che io sarei stato semplicemente il loro testimone. Che avrei trascritto quelle lettere sulle loro facce, qualunque cosa ci fosse scritta, li avrei fotografati e avrei divulgato in forma di sinossi visiva la loro istanza, il loro pensiero.

Ne nacque We’ve got the right to be wrong: ovvero, non vogliamo essere tipizzati. Non vogliamo essere un prodotto. Non vogliamo essere una tabula rasa su cui riversare aspettative, ansie e frustrazioni. Sbagliati o no, ognuno di noi vuole essere ciò che è.

Nella sua sensatezza e semplicità umanizzante, senza fronzoli, sovrastrutture e demagogie, lo considero un inno straordinario alla libertà, quella libertà che forse non è mai esistita.

Per questo, dopo tante giravolte, il titolo di questo work in progress non poteva che diventare I Diritti Umani scritti dagli Umani, a marcare fra l’altro la netta separazione con quegli altri diritti umani, quelli a cui troppo spesso ci si è appellati per legittimare azioni disumane.

Sbagliati o no, ognuno di noi ha il sacrosanto diritto di essere ciò che è, nel reciproco rispetto della natura e delle libertà altrui.

E’ un’affermazione di una tale ovvietà che sentirla risuonare dalla mia bocca come un’urgenza, come una necessità, è a dir poco Kafkiano.

Ma sappiamo, lo abbiamo già detto, che la formazione del diritto scaturisce in buona parte dal sentire comune.

E allora da cosa scaturisce quell’urlo di libertà We’ve got the right to be wrong! E da cosa, poi, la paura del bullismo, del razzismo, e l’urgenza di combatterli ancora per sconfiggerli?

Lo spiega benissimo lo psichiatra Vittorino Andreoli:

“Siamo in una cornice di civiltà disastrosa. Se uno è diverso da te è un nemico e va combattuto. E’ considerare l’altro inferiore perché ha quelle caratteristiche, per cui bisogna combatterlo. L’Italia e l’Occidente stanno regredendo alle pulsioni istintive, al dominio della cultura del nemico. La superficialità porta l’identità a fondarsi sul nemico. Se uno non ha un nemico non riesce a caratterizzare se stesso. Questa è una regressione antropologica perché si va alle pulsioni. Dall’America all’Europa all’Italia sembra uscire allo scoperto, fomentato da politici e media irresponsabili e amplificato dai pareri espressi sui social, un clima aperto di razzismo. Gli episodi che osserviamo sono silenziosamente sostenuti da tante persone. L’espressione esplicita dei pregiudizi nasce dal sentirsi sostenuti. Non dicono niente, magari, ma li approvano. Non c’è più rispetto per l’altro, la morte è diventata banale, tanto che uccidere è una modalità per risolvere un problema. Non c’è più il senso del mistero e del limite dell’uomo. Tutto questo è favorito da partiti che sostengono l’odio, lo stesso agire sociale è fatto di nemici. Perfino nelle istituzioni religiose qualche volta si affaccia il nemico. Bisogna impedire che ci sia chi soffia sul fuoco. Bisogna prendere una posizione molto decisa, non è più possibile fare finta. Questa è una società falsa, che recita. Bisogna cominciare a dire che questa nazione deve cercare di far emergere uomini e donne saggi, intelligenti. Stiamo scegliendo i peggiori. Il razzismo e i pregiudizi sono universalmente presenti nel cuore dell’uomo. E’ sicuramente un istinto presente nella nostra biologia, nella nostra natura, ossia la lotta per la sopravvivenza di cui parlava Darwin. Ma tipico dell’uomo non è solo la biologia ma la cultura. Ciò che mi spaventa e mi addolora è che per raggiungere una cultura ci vuole tanto tempo e la si può perdere in una generazione. E la cultura dovrebbe essere quella condizione in cui rispettiamo gli altri e riusciamo a frenare un istinto. Il problema è: come mai la cultura che caratterizza l’uomo e consiste nel controllo delle pulsioni non c’è più? C’è una ignoranza spaventosa. Nessuno parla del valore della conoscenza. Bisogna poter parlare, spiegare, capirsi. Occorrono persone credibili per parlare ai giovani, ma la via è sempre quella della cultura. Fare promozione, educazione, dimostrare quanta positività c’è in chi viene odiato, per stimolare al rispetto nei loro confronti”.

E’ una ragione più che sufficiente per accettare di dare un contributo alle iniziative contro il bullismo, come ad esempio quella per la quale lei ora mi sta intervistando. Non trova?

Fra l’altro, mi si presentava spontaneamente innanzi l’occasione per dare un seguito a quel lavoro “in progress” iniziato un paio d’anni prima. Il che non era certamente un buon segnale, ma certamente era un segnale incontestabile dei tempi, cupi, che stavamo (stiamo) vivendo, un Mayday Mayday, una richiesta d’aiuto, un SOS poi divenuto acronimo per il titolo stesso della mostra.

Come al solito, visto il clima di apatia generale che contraddistingue la nostra epoca, non ho trovato la coda fuori dalla porta, di gente smaniosa di collaborare.

Ciò nonostante, stimolando a destra e cercando a sinistra, in breve tempo si erano aperti due fronti importanti: nel primo caso si trattava di studenti, una classe media inferiore di un istituto scolastico di Trieste; nel secondo caso, dell’associazione Arcigay del Friuli Venezia Giulia. Due fronti costantemente sotto assedio quelli lì, indubbiamente compressi, loro malgrado, nel tritacarne dell’arroganza, del razzismo, della violenza, del cyberbullismo, del bullismo omofobico.

Arriviamo alla sua seconda domanda: che impressioni mi hanno suscitato i comportamenti dei ragazzi che hanno lavorato al mio progetto?

Dunque, i ragazzi della scuola media non li ho mai incontrati. Ho avuto soltanto un cordialissimo scambio di corrispondenza elettronica con una delle loro insegnanti. Mi spiegava che avevano visitato la mostra e che la mia opera era stata l’occasione per un dibattito entusiasmante in classe. L’insegnante mi mandò anche alcuni micro jpeg con il prodotto di quel dibattito, una manciata di foto in cui ognuno degli alunni di quella classe che aveva inteso aderire al progetto, pochi per la verità, scriveva la sua, il suo diritto, come ad esempio, mi ricordo: “abbiamo il diritto di usare il telefono cellulare.” E probabilmente quella manciata di foto, tecnicamente instampabili, erano state scattate proprio con dei telefoni cellulari.

Comunque, qualcuno, non so chi, aveva spiegato loro che stavano partecipando individualmente a un concorso, a dispetto di quello che c’era scritto a corredo dell’opera esposta in mostra a Trieste, che sarebbe sfociato in una maxi carta dei diritti e in un maxi evento finale a chiusura della mostra.

La prima risposta urgente da dare, il primo concetto da ribadire a quel punto, era il seguente: “E’ basilare che gli studenti dimentichino la parola concorso nella sua accezione di gara o competizione. E che concorrano invece nel senso di andare insieme verso, di partecipare all’attuazione di un’opera condivisa, corale, un solo articolo di diritto (se così vogliamo chiamarlo), uno solo, come punto d’incontro e come luogo di una coscienza comune”.

Una forzatura, me ne rendo conto, in una società ultra competitiva e ultra individualista come la nostra, la cui massima espressione e aspirazione è l’Evento, che relega qualunque sentimento al ruolo insignificante di comparsa. E dove perfino il vecchio Cogito ergo sum è stato rimpiazzato dal più tecnologico Interagisco quindi esisto.

E in effetti, ciò che mi trasmettevano quei piccoli jpeg, era proprio l’apatia dei sentimenti. Ma dov’erano finite la passione, l’impegno, il senso della giustizia, il sogno di un mondo migliore, la fame di esistere? Non sono mica cose da grandi, e basta. Noi a 6 anni giocavamo già a Conan il ragazzo del futuro, ma per salvare veramente la Terra, era un gioco molto serio.

La questione dell’apatia mi fu confermata poco dopo, manco a dirlo. Quando scrissi, in risposta al materiale che mi era stato inviato, che erano necessari ben altri requisiti, e li elencai, per chi avesse realmente voglia e bisogno di partecipare al progetto, ricevetti questa mail: “Caro Paolo, sei stato forse un po’ troppo esigente nella tua risposta, ma speriamo che vadano avanti. Abbiamo fatto una fatica per coinvolgerli! (punto esclamativo)”.

(Apro una parentesi: C’è ancora qualcuno che crede che le fotografie non producano realmente l’empatia da cui sono generate. Ed è difficile non capirlo, o compatirlo, visto che ormai l’inconscio ottico dominante è il frutto di un disturbo ossessivo compulsivo. E chiudo parentesi).

Inutile dirlo, il loro lavoro non vide mai la luce. C’erano diversi altri problemi – oltre al facciamo tanto per fare e guai a pretendere più di così che tanto il mondo è tutto uguale e addio qualità, addio bellezza – problemi pare insormontabili, che ne ostacolavano la nascita. C’era ovviamente l’ostinato inganno della Privacy, per cui i grandi dovevano proteggere a tutti i costi i loro piccini dal metterci la faccia: gli stessi piccini più fotografati, filmati, condivisi e lik(e)ati della storia dell’Umanità, fra l’altro. Quindi le loro fotografie, chiamiamole così, sembravano il truce documentario di un’autopsia: una serie di moncherini con delle scritte e neppure uno sguardo che potesse richiamare a sé l’osservatore, che potesse fare da ponte magico con l’osservatore. Poi c’erano i grandi problemi del Tempo e della Distanza. La Distanza è puramente ideologica. In molti casi la scuola è stata trasformata in un carcere di massima sicurezza, i cui detenuti non possono avere contatti con il mondo esterno, se non sotto strettissima sorveglianza e attraverso un’intricata ragnatela di regole, che ha l’effetto di menomarli anziché di proteggerli. Quindi a me non è stato concesso di incontrarli per collaborare, per essere il loro testimone, com’ero stato per i ragazzi di Pordenone. E poi il Tempo. Non avevano più tempo da dedicare a questo argomento, tentare di imbastirlo nuovamente, perché secondo il protocollo della scuola era già ora di passare ad altro, a un altro rapido giro a un’altra corsa sulla giostrina della superficialità. Niente dura, niente. Solo l’ansia e l’isteria di cui sono zeppate le vite di questi ragazzi sembra non avere mai fine. Il loro tempo è incasellato come una scatola di pillole per anziani. C’è sempre qualcuno che gli dice cosa prendere o cosa fare per sopravvivere, dal lunedì alla domenica. Molte volte non si ricordano neanche o non si rendono neppure conto di quello che inghiottono.

Con Arcigay il lavoro fu molto più facile, partecipato, intenso. Con loro replicammo lo schema di lavoro adottato con i ragazzi del liceo di Pordenone. Sapevano che io sarei stato semplicemente il loro testimone. Che avrei trascritto il loro pensiero, la loro istanza, sui loro corpi, qualunque cosa ci fosse scritta, lo avrei fotografato e lo avrei divulgato in forma di sinossi visiva. E io, d’altra parte, sapevo della loro urgenza di reclamare i propri diritti negati: nel 2018 queste persone vedono ancora negato loro il diritto di condurre un’esistenza normale, di vivere. L’articolo che mi trovai a fotografare diceva esattamente questo: abbiamo il diritto di esprimere la nostra identità sessuale. Si tratta di un diritto naturale e i diritti naturali stanno al di sopra di qualunque legge di diritto positivo. Uso ancora le parole dello psichiatra Vittorino Andreoli, che ho trovato nel suo ultimo libro dal titolo “Homo Stupidus Stupidus – l’agonia di una civiltà”: Fanno parte di quei princìpi primi che si riferiscono alla condizione umana e che, dunque, si impongono all’uomo, indipendentemente da quale uomo, in quanto basilari per la vita, e sono metastorici, a differenza delle leggi che sono fatte dagli uomini sulla spinta di condizioni temporanee e possono assumere anche sensi contrapposti in epoche differenti. I princìpi, nel loro insieme, costituiscono l’etica, che va considerata non come una disciplina storica, ma come il fondamento perché l’uomo, nella comunità in cui vive, esprima l’umanesimo, ciò che rappresenta l’umano distinguendolo da ciò che umano non è. L’etica non è inventata dall’uomo, ma dedotta dall’uomo, dalla sua specificità. Non è materia da legiferare. I princìpi dell’etica non sono discutibili e vanno rispettati poiché definiscono l’uomo per quello che è e per il senso che ha. L’essere e il suo senso non possono mutare, anche se sono diversi gli ambienti, le culture, le condizioni in cui l’uomo si trova a vivere. Il primo principio primo della condizione umana è vivere. Rispettare la vita. E ancora, il princìpio di simmetria: poiché io vivo grazie all’altro e l’altro grazie a me, per simmetria io e l’altro abbiamo la stessa funzione. E tra me e l’altro non esiste né diversità né asimmetria. Questa simile identità è fondata sulla condizione umana, non sull’individualità. Ma non esiste più l’applicazione dei princìpi morali della società e c’è un affastellarsi di leggi, come se le leggi potessero sostituire i princìpi”.

Quindi quello che manca a questa società non sono le leggi o i princìpi costituzionali, che sono la fonte più alta di diritto positivo. La stessa costituzione italiana e quella Europea sanciscono i princìpi di uguaglianza e quello di non discriminazione, volti a garantire pari dignità e parità di trattamento fra le persone quali che siano la nazionalità, il sesso, la razza o l’origine etnica, la religione o le convinzioni personali, gli handicap, l’età e, appunto, le tendenze sessuali. Ma non li garantiscono, non si sono dimostrate all’altezza di combattere efficacemente le disparità. Perché ciò che manca è la volontà di attuare quei princìpi. Perché ciò che manca a questa società sono l’etica e la morale. I segnali che vediamo ogni giorno sono a dir poco preoccupanti, e preoccupante è il fatto che essi provengano perfino dalle istituzioni, fra cui, in primis, quelle religiose e politiche. Le cito un esempio: poco prima delle ultime elezioni politiche regionali fui incaricato di realizzare il ritratto della Famiglia Arcobaleno per la Rete RE.A.DY (la Rete Nazionale delle Pubbliche Amministrazioni Anti Discriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere). Come didascalia per quel ritratto scrissi: “In questa fotografia io non vedo solamente un matrimonio fra due persone, ma fra tutta una società civile e il suo progresso morale”. Pochi giorni dopo, ad elezione avvenuta, la nuova giunta leghista deliberò l’uscita della regione Friuli Venezia Giulia dalla Rete RE.A.DY, marcando prepotentemente la volontà di invertire la freccia dell’evoluzione, per ritornare, come dicevamo prima, alle pulsioni istintive, a considerare l’altro inferiore, alla cultura del nemico come unica fonte per caratterizzare se stessi. Ecco il livello di civiltà disastroso di cui parlavamo.

Le cito un altro esempio, ma di colore opposto: sempre poco prima delle ultime elezioni politiche regionali il lavoro fatto con Arcigay vide sì la luce, a differenza di quello della scuola media triestina, ma fu scacciato dal palazzo. Una ragione fu, così mi fu detto, non tanto la tetta che compariva nel mosaico di fotografie, e neppure il bacio etero – perché nel mosaico sono rappresentate tutte le identità sessuali -, ma il fatto che il pubblico della mostra era rappresentato soprattutto da scolaresche e il suo contenuto avrebbe potuto generare imbarazzo, mettere in difficoltà le scuole, scatenare l’ira di qualche genitore. Ecco l’ignoranza spaventosa, la morte del valore della conoscenza, la mancanza di persone credibili, capaci di parlare, spiegare ai giovani – e chissà quanti giovani omosessuali fra quelle scolaresche avrebbero potuto trarne conforto e quanti degli altri avrebbero potuto arricchirsi della scoperta di quanta positività c’è in chi viene odiato, e quanto rispetto ne sarebbe scaturito nei loro confronti. E un’altra ragione fu che le elezioni politiche erano imminenti e il palazzo non era certamente adatto per ospitare un’opera del genere in quel momento, che avrebbe scatenato un tornado politico capace di spazzare via la sinistra. Ecco la società falsa, che recita, che è incapace o che non vuole prendere una posizione decisa, la cui espressione politica è l’abdicazione dei princìpi di sostanza in nome dell’unico princìpio di convenienza, un boomerang letale, come la storia confermerà un’altra volta.

Vuole ancora sapere se io credo che con questa mostra si siano superati ostacoli sensibilizzando?

No. Non ci credo.