Mostre e Incontri

Espansioni 2017 incontra Paolo Youssef

SESTA EDIZIONE DI ESPANSIONI rassegna d’arte al femminile

incontra Paolo Youssef mercoledì 6 settembre 2017 presso Trieste, Biblioteca Statale “Stelio Crise”

Alcuni passi dell’incontro sono riportati qui, sotto la locandina dell’evento.

Vi sono davvero grato per questo invito. Anche se oggi non sentirete parlare una Voce di Donna, è giusto che sappiate che mi sento profondamente coinvolto da questa rassegna. Sabato sono venuto qui, a questa mostra, a cercare, e ho trovato – anzi, è proprio il caso di dire ho in – con – trato – almeno due archetipi simbolo, modello, essenza e sostanza di una società ideale, che sono moniti inequivocabili e sublimi per qualunque società decaduta. Spiego meglio questi due modelli, ne descrivo brevemente alcuni aspetti.

Il primo archetipo: pensiero e azione non sono esenti da preoccupazioni e convergono verso determinati obiettivi che, di conseguenza, non sono semplicemente utilitaristici, o fini a se stessi.

Il secondo archetipo: pensiero e azione sono, fra l’altro, fra le altre cose, i due emisferi dell’accoglienza, parola che è sinonimo di sentire, cogliere, ricevere, riunire ed è il contrario di respingere, sottomettere, dominare

A entrambi questi archetipi, se ci pensate, potremmo far corrispondere un sostantivo femminile.Il primo potrebbe essere ARTE. Il secondo, DONNA. Detto ciò, partiamo da una possibile considerazione:

L’arte è l’azione di forgiare, di dare alla luce un pensiero accogliente, capace cioè di cogliere e riunire in sé un insieme di esperienze condivisibili. Lo stesso ideale di Arte si regge su questo, sulla consapevolezza che usiamo le nostre idee per generare delle forme, che rappresentano simbolicamente quel pensiero accogliente. Chiunque di noi racchiude già in sé i modi di una graduale conoscenza del mondo; chiunque di noi ha da sempre la percezione di ciò che lo circonda e la trasforma in idea. con gradi di coscienza diversi e crescenti via via. E’ un moto perpetuo, che si autoalimenta: assorbi e rilascia, inspira ed espira; inspiro dal mondo e rilascio un’idea, che, filtrata ovviamente nel solco del mio vissuto, si diffonde, si stratifica e diventa esperienza. In tale contesto l’Artista si pone come semplice mediatore fra il mondo delle forme e quello delle idee, una comparsa, evidentemente, un corpo diafano che, attraversato dagli sguardi, lascia intravvedere la propria geografia interiore per mostrare, simbolicamente, una forma di ciò che sta oltre di lui. Il fatto del mostrare presuppone, poi, l’esistenza di un’altra relazione fondamentale, ad esempio una relazione fra chi mostra e chi osserva. Come dire che le idee, che non bastano a se stesse, nell’esperienza mediale dell’Arte trovano una forma, e nelle relazioni acquistano uno spazio, un significato.

Si apre uno scenario interessante. L’obiettivo della nostra esperienza è la ricerca di un significato, che perseguiamo attraverso l’uso di varie forme e troviamo, infine, nelle relazioni. In tal senso, si direbbe che lo scopo dell’Arte non coincida strettamente con l’Arte. O meglio, che il fine dell’Arte non si esaurisca nella ricerca estetica di una forma, ma si sostanzi nella ricerca di un significato. Allora è vero, l’Arte è un’esperienza che non coincide con l’Estetica, ma con lo scopo della nostra Esistenza. Provo a travasare questo concetto nella citazione seguente, ma non prima di aver sciolto l’astrazione che imprigiona la parola relazione. Sciogliendo quell’astrazione, di concreto che cosa mi resta? Le relazioni altro non sono che le piccole grandi storie che tutti viviamo, ogni giorno. Amitav Ghosh, scrittore, giornalista e antropologo indiano, scrive: “Se qualcosa contraddistingue gli esseri umani in quanto specie, questo qualcosa, io credo, è la nostra capacità di fare esperienza del mondo attraverso le storie”. Durante una serata al Circolo Fotografico Triestino ho condiviso, come mi era stato chiesto, parte della mia esperienza del mondo. E dal luogo che ho citato avrete certamente intuito quale sia il mezzo che, per compierla, la mia esperienza, ho utilizzato. Ve ne mostro un accenno. Si tratta di storie che ho vissuto e che ho raccolto con questa esatta consapevolezza: chi mi racconta una storia mi porge non solo una vicenda, ma anche una parte di sé. Ascoltare quella storia significa diventare parte della vita di un altro. Tramandarla, significa divenirne responsabili.

Ho scelto la storia di una donna, ambientata qui, a Trieste. Ambientata non vuol dire confinata qui. Ogni storia è una montagna da scalare dalla cui sommità riusciamo finalmente a vedere la vastità del disegno di cui siamo parte. Questa storia l’ho intitolata 41 gradinihttps://www.youtube.com/watch?v=XIZvI22THx0 

La capacità di fare esperienza del mondo attraverso le storie, la capacità di stabilire relazioni, è l’Empatia, un principio della natura, quello che rende a tutt’oggi la Fotografia, ad esempio, la più analogica fra le discipline, nonostante la tecnologia, nonostante tutte le sue declinazioni digitali e nonostante gli esempi raccapriccianti di voyeurismo mediatico, soprattutto nei confronti della violenza. Il fatto che molta gente non consideri o reputi insignificanti tante piccole vicende umane, come quella che vi ho mostrato, ci inchioda a un’evidenza: la grande storia che, con esagerata enfasi, oggi ascoltiamo da lontano è, in definitiva, il cupo rimbombo di una valanga di tante storie piccole che ignoriamo da vicino. Ma come possono accadere cose del genere in un mondo ultra-connesso come quello che oggi abitiamo? E’ semplice: abbiamo sviluppato delle capacità, perdendone altre. Ad esempio, abbiamo imparato a costruire cervelli artificiali in grado di riprodurre e diffondere miliardi di immagini al secondo. Bene. Ma il nostro cervello ha perso buona parte della sua immaginazione; il suo fabbisogno di immagini è già soddisfatto ampiamente da quelle che riceve e non deve compiere lo sforzo di produrne altre. Male. In tanti si chiedono: ma è per questo che muore la Fotografia? No, la macchina fotografica è pur sempre la scatola che era. E allora, che cos’è che è andato storto? Che cos’è che non ha funzionato in questo incastro fra l’uomo e la tecnologia? E’ semplice: abbiamo ceduto la nostra consapevolezza in cambio dell’apparenza. Ma è per questo che muore la Fotografia? Sì, anche la Fotografia muore per questo, dove muoiono le analogie, la reciprocità, le relazioni. La macchina fotografica è pur sempre la scatola che era, una scatola che risuona, che amplifica tanto la presenza quanto l’assenza di contenuti.

In un mondo centrato sull’apparenza, basato sulla contraffazione della realtà come prassi nei processi di distrazione di massa (ho detto distrazione non distruzione, quella è la conseguenza), nei processi di distrazione di massa, di mercificazione e spoliazione (letteralmente: appropriazione indebita) del consenso, non c’è spazio per la consapevolezza. Questo ci fa capire quanto siamo impegnati nella non facile e per nulla evidente impresa di guardare un mondo che dubita di vedere, che a volte crede di vedere, o che non vuole vedere. Mi piace tanto quella frase che dice che la fotografia ha il dovere di riscrivere con la luce delle piccole cose la superficie opaca del mondo, per rendere visibile ciò che invisibile non è. Vi ricordate quella società ideale a cui ho accennato all’inizio di questo discorso? Ebbene, oggi abbiamo gli strumenti necessari per andare ben oltre i limiti delle convenzioni sociali e civili che abbiamo davanti, e che si sono rivelate fallimentari: è davvero ora di andare, oltre. All’Arte, come sempre, il compito di mostrare come, perché e da dove.

A tal proposito, nel caso della fotografia, mi piace sempre citare quel pensiero di Roland Barthes quando dice: “Pazza o savia? La Fotografia può essere l’una o l’altra cosa: è savia se il suo realismo resta relativo, temperato da abitudini estetiche o empiriche, come sfogliare una rivista dal barbiere; è pazza se questo realismo è assoluto, e, per così dire, originale, se riporta alla coscienza amorosa e spaventata la lettera stessa del Tempo. Le due vie della Fotografia sono queste. Sta a me scegliere se aggiogare il suo spettacolo al codice civilizzato delle illusioni perfette, oppure se affrontare in essa il risveglio dell’intrattabile realtà“. E a questo punto mi piace ancora, forse un po’ presuntuosamente ma non me ne vogliate, chiudere questo nostro incontro mostrandovi un’altra storia, che ho intitolato Pontebbana, https://www.youtube.com/watch?v=-pLCZ0Romr4

Mi sembra ipocrita angustiarsi, alla fine tutti siamo pronti all’oblio e in un posto come questo, dove le cose svaniscono dal mondo fisico, tutto si dimentica facilmente. Le cose svaniscono e con esse il loro ricordo. E a meno che non si faccia uno sforzo costante per raccoglierle, spariranno velocemente e per sempre. Chiudi gli occhi per un attimo, ti giri a guardare qualcos’altro e la cosa che era dinnanzi a te è sparita all’improvviso. Niente dura, vedi, neppure i pensieri dentro di te e qualcuno non perde più tempo a cercarli. Qui tutto cambia velocemente, e i cambiamenti intorno a noi si susseguono incessantemente uno dopo l’altro. Ogni giorno produce un nuovo sconvolgimento e le vecchie certezze sono cose vaghe, vuote. La vita come la conosciamo è finita, tuttavia, nessuno è capace di capire da cosa sia stata rimpiazzata. Questo è Il Paese delle ultime cose. Eppure, ciò che ancora mi stupisce, non è che tutto stia crollando, ma che ci sia ancora molto che resta in piedi” (Paul Auster “In the Country of Last Things”).