DocumentariReportage

Caosmosi, storie minime di nuomini novunque

Qui c’è una parte delle fotografie che ho raccolto fra il 2015 e il 2018, in Friuli Venezia Giulia, fra Gorizia, Pordenone, Trieste e Udine, in alcuni mesi di incontri, studi, dubbi, riflessioni e considerazioni sul nuovo magma delle migrazioni, nuovo non in quanto fenomeno, ma in quanto alla dimensione che ha assunto su scala planetaria, come mai era avvenuto prima d’ora nella storia dell’umanità.

Il Friuli Venezia Giulia è stato sicuramente il tratto meno appariscente della così detta Balkan Route, nonostante abbia rappresentato per molti dei migranti economici di ultima generazione il vero miraggio collettivo di un ponte verso l’Europa. Ebbene, questo per immagini è il solo condensato rimasto, l’unico documento storico, di come anche l’ultimo reflusso di immigrazione sia stato plasmato, stavolta in chiave emergenziale, dal marketing locale del consenso e del profitto scellerato, senza timore alcuno delle conseguenze drammatiche che ciò avrebbe causato e causerà.

Mi accorsi piuttosto rapidamente che sarebbe stato superfluo e, anzi, nocivo continuare a documentare fotograficamente l’ondata di arrivi in questa regione, poiché la ridondanza di immagini umanamente pietose e, al tempo stesso, angoscianti avrebbe oscurato l’evidenza di una questione socialmente rilevante: l’emergenza era diventata molto più redditizia di una gestione seria e oculata dell’accoglienza. Se da un lato, infatti, era chiaro che la “multinazionale del profugo” aveva i suoi traffici altrove, non era altrettanto chiaro (ma forse sì) che fiorissero anche qui in vari modi, colori e direzioni, non necessariamente organizzati fra loro, i suoi centri di potere e i suoi mercati.

In tale contesto, educazione, moralità e cultura sociali sono regredite, molto più rapidamente di come erano cresciute, allo stato primitivo di pregiudizio, odio e paura. Per dirla con le parole dello psichiatra Vittorino Andreoli: “In una cornice di civiltà disastrosa come quella attuale, la superficialità porta l’identità a fondarsi sul nemico. Se uno non ha un nemico non riesce a caratterizzare se stesso. Non si tratta di follia, ma di stupidità”.

Ora che il rubinetto è stato chiuso e che il giacimento della Balkan sembra essersi temporaneamente esaurito, resta sul tavolo un problema urgente da affrontare che, piaccia o no, è di fondamentale importanza per la sopravvivenza non solo del Friuli, non solo dell’Italia, ma dell’Europa intera: quello dell’integrazione.

Nelle intenzioni, questa indagine fotografica – condotta nell’era dei vacui sproloqui social – prevedeva un approccio non troppo descrittivo, didascalico, di tipo giornalistico. Questa indagine necessitava di un processo narrativo che stimolasse quanto bastava la società a porsi delle domande urgenti e secondo l’unico schema logico che potesse avere realmente senso e che, invece, non ha mai trovato attuazione: il problema delle migrazioni non doveva e non poteva essere affrontato secondo logiche di schieramento politico. Quelle logiche (illogiche) sarebbero state – sono state – un pretesto, speculazione pura, stratificata e trasversale.