Short reportage

Giulio Regeni e il senso della provincia per l’omicidio di stato

IBIS FURLANIS NON

di Michele Guerra

Il megafono che tenevo tra le mani, il 5 marzo 2016 in Piazza del Castello a Udine, aveva un peso specifico davvero particolare. Non perchè fosse un modello obsoleto, eredità della stagione delle mobilitazioni permanenti. Quanto perchè appena un mese prima, il 3 febbraio, il corpo martirizzato di Giulio Regeni fu rinvenuto in un fossato adiacente la strada statale che collega Il Cairo con Alessandria d’Egitto.

Nei nove giorni precedenti il ritrovamento, quindi dal momento della sua scomparsa, la parabola mediatica del “ragazzo friulano” aveva già creato un’infinità di cortocircuiti in ogni millimetro della nostra piciule patrie – che non è altro che la comunicazione epidermica da social.

Il semplice curriculum di Giulio ne faceva un perfetto simbolo pret-a-porter dei “giovani cervelli in fuga” tanto cari ai loro aguzzini in patria: ma la sua predilezione per i Paesi Arabi e per le loro “Primavere” (guai a chiamarle Rivoluzioni) lo rendeva altrettanto immediatamente sospetto e sinistro. Come tutto quanto sa di straniero, qui sulla frontiera, e non rechi fiumi di denaro.

Il Friuli, prima di omaggiare i martiri, si chiede sempre cosa abbiano guadagnato dal loro martirio, quale sia il tornaconto privato e dove stia la convenienza nel lutto. Laddove intervenga la fede religiosa, questi dubbi vengono sedati dal dogma del cloroformio conformistico; di fronte a un martire laico, invece, è d’obbligo la liberazione di ogni emotività gastrointestinale di stampo ragionieristico – nemica etimologica della pur simile ragione.

Dalle notizie del Messaggero Veneto, che confuse candidamente le proteste contro il dittatore Al Sisi avvenute poche ore prima del sequestro di Giulio con quelle avvenute nel 2014, alle prime reazioni capaci di scavalcare le colonne d’Ercole del Tagliamento, fu subito chiara una cosa: la tomba nella quale doveva essere sepolto il corpo di Giulio Regeni sarebbe stata scavata dagli interessi geoeconomici nazionali e continentali, ma il sarcofago che ne avrebbe occultato al mondo le torture sarebbe stato scolpito dal provincialismo nostrano. Alla faccia del Collegio del Mondo Unito e di Cambridge.

Perchè non esiste ricerca universitaria che significhi andarsi a fare i cazzi degli altri. E non esistono cazzi degli altri che abbiano a che fare con i diritti sindacali. E non esistono diritti sindacali che siano più di un mero ricordo in bianco e nero, o posizioni di rendita da settore pubblico o tessere da rinnovare in un acronimo con la elle finale. Il nostro mondo (non quello arabo) quei diritti li ha barattati e perduti già vent’anni prima.

Quando il “nordest” non erano cervici in fuga, nè miraggi da Mille e Una Notte fusi con velleità socialiste. Quando il “nordest” era una parola unica che significava produzione e consumo. E il vero martirio si espletava lavorando.  

Il megafono cui accennavo cominciò a pesare quando i più ferventi pasdaran dell’autonomismo circense friulano si ritrovarono a difendere uno dei peggiori dittatori arabi: quello che di fatto aveva permesso l’uccisione di un loro conterraneo. E lo difesero con la stessa veemenza con cui negli anni passati avevano sempre appoggiato i bombardamenti e le guerre contro le nazioni confinanti con l’Egitto.

Il peso del megafono aumentò poi quando il Friuli scelse esclusivamente di “ricordare” Giulio Regeni. E basta, come fosse la cartolina di un luogo esotico. Il Friuli decise di edulcorare tutto quanto di politico e di sinistra e di internazionalista vi fosse nel profilo intellettuale di Giulio.

Non vi fu alcuna proposta di solidarietà concreta con la società civile egiziana – che invece già accoglieva Giulio come un figlio tra i figli caduti nella Rivoluzione. Non vi fu alcuna mobilitazione regionale, provinciale, comunale per la richiesta di un boicottaggio reale dell’economia egiziana – come stavano chiedendo di fare da anni gli attivisti egiziani.

Non vi furono appelli delle amministrazioni locali all’Unione Europea e nessun rappresentante di quelle amministrazioni andò mai a Strasburgo a battere i pugni sul tavolo: e in primis non vi andarono mai coloro che della nazione, della patria e dei figli avevano fatto una miserrima bandiera immersa nella cloaca del consenso elettorale. Sarebbe bastato il ricordo: le fiaccolate, le candele, gli anniversari, i discorsi, i pianti. Sarebbero bastate le bandierine gialle e gli adesivi. Per dire che sì, lo pensiamo: quando camminiamo, quando laviamo i vetri, quando facciamo manovra con l’auto. Come da copione, per la wasteland di confine, quella che era passata dall’epidemia di caserme del secolo scorso alla pandemia dei centri commerciali da terzo millennio.

Anche perchè si scoprì che il gruppo Danieli di Buttrio era uno dei magici quarantatre fortunati seduti al tavolo degli accordi commerciali con il Ministero dell’Industria egiziano, proprio quel 3 di febbraio, poco prima che la riunione di spartizione fosse interrotta dall’effimero inconveniente di quel corpo ritrovato in un fossato – niente più di un granello di sabbia nell’ingranaggio.

Il megafono si fece poi di pietra, quando vidi che davanti a me, nella piazza principale del capoluogo della patrie, quel sabato mattina, c’era solo uno sparuto gruppo di persone. E nessun “giovane studente”. Nessuno aveva “scioperato” per Giulio Regeni, nessuno “fece sega” a scuola, nessuno sentì il bisogno della passione civile: quella che ti porta a violare le regole in nome di una regola più alta. Pensarono bastasse l’indignazione, il morbo dell’inerzia, l’onanismo social che lustra la coscienza e la mantiene nella teca.

Scoprii con rammarico che Giulio Regeni era stato per i friulani fin da subito – senza che la mia ingenua mentalità da attivista se ne accorgesse – soltanto figlio e nipote. Che le persone straordinarie che sentirono il bisogno di alzare il culo e mobilitarsi per gridare “verità e giustizia” oltre le bandierine e gli adesivi, erano quasi tutte madri, padri, zii o parenti di studenti o lavoratori residenti all’estero. E alla fine tutti loro sentirono il bisogno di dirlo. Quasi a sigillare definitivamente l’urna in cui le ceneri del pensiero critico – a differenza di quelle di Gramsci viste da Pasolini – tacciono di riserbo, di paura e di “non sta bene, non si fa”.

Con uno sguardo retrospettivo, ed in assenza di qualsivoglia bilancio, alla vigilia del “terzo anniversario” del rapimento, della tortura e della morte di Giulio, penso che ogni fotografia ad memoriam riveli in modo letale il nostro essere incapaci di entrare in empatia con le tragedie nella loro pienezza. Questo ha segnato – al netto dell’assuefazione da inflazione – la nostra totale rassegnazione al fatalismo della storia, alla mera successione degli “eventi”. Ha consolidato la nostra eterna, indefessa sicurezza da divano circa l’esistenza di diritti che continuiamo a definire “inalienabili” esclusivamente perchè ci illudiamo di possederli.

Giulio Regeni è stato la più grande occasione mancata, per questo Paese e per questa regione. Forse lo capiremo quando “verità e giustizia” non saranno più motti scritti su gadgets motivazionali e neppure l’eco flebile di un’aula di tribunale, ma diventeranno parole d’arrivo di una coraggiosa, costante eresia.

Udine, 04/01/2019